Quando tra i beni di consumo, oltre a dentifricio e shampoo, trovi anche la tua felicità.
Non siamo mai stati così ricchi. Eppure non siamo necessariamente più soddisfatti.
Possediamo più oggetti, più tecnologia, più possibilità di scelta rispetto a qualsiasi altra epoca della storia. Eppure la sensazione di appagamento sembra spesso durare poco.

Forse perché una parte crescente della nostra felicità poggia su due meccanismi che la rendono inevitabilmente fragile: i beni posizionali e la trasformazione dei beni d’uso in beni di consumo.
Quando il valore di un bene dipende dagli altri
Nel 1976 l’economista Fred Hirsch introdusse il concetto di «beni posizionali».
Si tratta di beni il cui valore non dipende soltanto dalle loro caratteristiche intrinseche, ma dalla posizione che essi consentono di occupare rispetto agli altri.
L’esempio dell’automobile è illuminante.
Quando le auto erano poche, possederne una significava poter viaggiare liberamente, parcheggiare ovunque, raggiungere rapidamente luoghi lontani e godere di vantaggi che la maggior parte delle persone non possedeva.
Con l’aumento del numero delle automobili, però, molti di questi vantaggi si sono progressivamente dissolti: sono state introdotte le zone a traffico limitato, le aree di parcheggio riservate ai residenti, le normative sulle emissioni (da Euro 0 a Euro 6) per l’accesso nei centri urbani, sono aumentate le tasse sul bollo, sulle assicurazioni, sui pedaggi autostradali e così via.
L’utilità dell’automobile non dipendeva quindi soltanto dall’automobile stessa, ma dal fatto che pochi ne possedessero una.
Lo stesso accade con molti altri beni.
Una laurea, una casa in una determinata zona, una vacanza esclusiva, uno smartphone di ultima generazione o un’automobile di lusso producono una soddisfazione che deriva anche dal confronto con gli altri.
Ma se tutti raggiungono la stessa posizione, il vantaggio relativo tende a scomparire.
La corsa continua, ma il traguardo si allontana.
Da beni d’uso a beni di consumo
Esiste poi un secondo fenomeno, forse ancora più profondo.
Per secoli gli oggetti sono stati principalmente beni d’uso.
Una sedia era una sedia. Un orologio era un orologio. Un’automobile veniva sostituita quando non era più in grado di svolgere la propria funzione.
Nella società contemporanea, invece, molti beni continuano a funzionare perfettamente ma vengono percepiti come «consumati».
Non perché siano realmente inutilizzabili, ma perché la pressione culturale, la moda e il continuo susseguirsi delle novità li trasformano psicologicamente in oggetti superati.
Jean Baudrillard osservava come i consumi moderni non riguardino più soltanto l’utilità degli oggetti, ma soprattutto il loro significato simbolico.
Zygmunt Bauman descriveva una società liquida nella quale non solo gli oggetti, ma perfino i desideri diventano rapidamente obsoleti.
Così uno smartphone perfettamente funzionante viene sostituito dopo pochi anni, un’automobile ancora efficiente viene percepita come vecchia e un guardaroba ancora utilizzabile appare improvvisamente superato.
Il bene non smette di funzionare.
Smette semplicemente di soddisfare il bisogno di novità.
La felicità che si consuma
Se una parte crescente della nostra felicità dipende dalla posizione rispetto agli altri e dalla continua sostituzione di oggetti ancora perfettamente funzionanti, la soddisfazione è destinata a diventare sempre più breve.
Ogni conquista contiene già il seme della propria obsolescenza.
L’automobile desiderata diventa normale quando tutti la possiedono.
Lo smartphone nuovo diventa vecchio nel momento stesso in cui viene presentato il modello successivo.
Il piacere non nasce più tanto dall’utilità, quanto dalla differenza. E la differenza, per definizione, è destinata a svanire.
Una corsa senza traguardo
Forse il paradosso della società dell’abbondanza è proprio questo.
Abbiamo trasformato beni che un tempo servivano a soddisfare bisogni in strumenti per inseguire status, identità e riconoscimento sociale.
Ma ciò che dipende dal confronto con gli altri è, per natura, instabile.
E ciò che viene continuamente sostituito difficilmente può offrire una soddisfazione duratura.
Per questo la ricchezza materiale non coincide necessariamente con la felicità.
Ciò che non dipende dal confronto
Forse è proprio qui che si nasconde una delle grandi contraddizioni della vita moderna.
Molte delle cose che contribuiscono maggiormente alla felicità non sono beni posizionali.
La salute non aumenta di valore se gli altri stanno peggio.
L’affetto di una persona cara non si consuma perché tutti ne possiedono uno simile.
Una passeggiata con i propri figli, una conversazione con un amico, l’abbraccio di un genitore, il tempo trascorso con chi amiamo non diventano meno preziosi perché sono accessibili anche agli altri.
Anzi, il loro valore cresce proprio perché sono fragili, irripetibili e non acquistabili.
Forse la vera sfida non consiste nel rinunciare ai beni materiali, ma nel riconoscere che essi sono spesso strumenti e non fini.
Una casa, un’automobile, uno smartphone o una vacanza possono certamente migliorare la nostra vita. Ma difficilmente possono sostituire ciò che dà significato all’esistenza.
La salute, gli affetti, l’amicizia, il tempo, la serenità, la possibilità di amare ed essere amati, la consapevolezza di essere parte della vita di qualcuno.
Sono beni che non dipendono dalla moda, dalla posizione sociale o dall’ultimo modello disponibile sul mercato.
E forse è proprio in essi che si nasconde una felicità meno euforica, meno appariscente, ma anche meno effimera.
Perché se i beni posizionali ci costringono a una corsa continua, le cose che hanno davvero valore non ci chiedono di superare gli altri.
Ci chiedono soltanto di accorgerci che sono già presenti.
E che, spesso, proprio mentre inseguiamo ciò che ci manca, rischiamo di non vedere ciò che abbiamo.
— 𝗟’𝗶𝗻𝗳𝗼𝘁𝗶𝗽𝗼
© 𝗖𝗼𝗻𝘁𝗲𝗻𝘂𝘁𝗼 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗮 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗱’𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗲. 𝗥𝗶𝗽𝗿𝗼𝗱𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗮 𝘃𝗶𝗲𝘁𝗮𝘁𝗮.
