Perché il prezzo dell’energia dipende dal gas e perché il nucleare può cambiare tutto.
Quando il prezzo del gas aumenta, aumentano anche le bollette. Eppure il sole è gratuito, il vento pure. Perché allora anche l’energia prodotta dalle rinnovabili sembra seguire le oscillazioni del gas?

Per comprenderlo bisogna entrare nel funzionamento del mercato elettrico e distinguere due modalità completamente diverse con cui l’energia può essere venduta: attraverso contratti pluriennali oppure tramite una contrattazione giornaliera.
Due modi diversi di vendere energia
Non tutte le fonti energetiche hanno costi uguali.
Alcune, come il fotovoltaico, l’idroelettrico o il nucleare, richiedono investimenti iniziali elevati ma presentano costi di produzione relativamente stabili e prevedibili nel tempo.
Altre, come il gas, dipendono dal prezzo del combustibile, che può oscillare enormemente a causa di guerre, crisi geopolitiche o variazioni della domanda mondiale.
Questa differenza è fondamentale.
Le fonti caratterizzate da costi prevedibili possono essere remunerate tramite contratti pluriennali, stabilendo in anticipo il prezzo dell’energia anche per molti anni.
Il gas, invece, essendo soggetto a forti variazioni di costo, si presta maggiormente alla contrattazione giornaliera.
Come funziona il mercato giornaliero
Ogni giorno viene organizzata un’asta per il giorno successivo.
I produttori comunicano quanta energia saranno in grado di fornire e a quale prezzo.
Le offerte vengono ordinate dalla più economica alla più costosa e si procede fino a coprire tutta la domanda prevista.
In questo modo vengono selezionati gli impianti che produrranno energia il giorno seguente.
Se la produzione delle fonti più economiche è sufficiente, le centrali più costose non vengono nemmeno utilizzate.
Il gas, quindi, non viene acquistato in anticipo «per sicurezza». Viene pagato soltanto se effettivamente necessario.
Il sistema marginalista: perché tutta l’energia viene pagata come quella più costosa
Una volta selezionati i produttori, entra in gioco il cosiddetto sistema marginalista.
Il prezzo dell’elettricità non è la media dei costi delle varie fonti.
Viene invece determinato dalla fonte più costosa necessaria per soddisfare la domanda.
Nella maggior parte dei casi questa fonte è rappresentata dalle centrali a gas.
Può sembrare assurdo che anche l’energia prodotta dal sole o dall’idroelettrico venga pagata al prezzo del gas. Eppure questo sistema presenta alcuni vantaggi.
Perché il sistema marginalista continua a essere utilizzato?
Paradossalmente, proprio questo meccanismo consente di contenere i costi.
Se ogni produttore venisse pagato semplicemente in base al prezzo richiesto, ciascuno avrebbe convenienza a gonfiare la propria offerta, generando una corsa al rialzo.
Con il sistema marginalista, invece, ogni produttore è incentivato a dichiarare il proprio costo reale per essere selezionato.
Il sistema premia chi produce a costi inferiori, favorisce gli investimenti nelle fonti più efficienti e garantisce che tutta l’energia potenzialmente necessaria rimanga disponibile, riducendo il rischio di blackout.
Facciamo un esempio:
Supponiamo che domani alle 19 l’Italia abbia bisogno di 100 unità di energia.
Le offerte potrebbero essere:
● fotovoltaico: 30 unità a 0 euro;
● eolico: 20 unità a 10 euro;
● idroelettrico: 20 unità a 30 euro;
● nucleare: 20 unità a 40 euro;
● gas: 10 unità a 90 euro.
Per arrivare a 100 unità è necessario utilizzare anche quei 10 prodotti dalla centrale a gas.
Ed è qui che entra in gioco il sistema marginalista.
Il prezzo pagato a tutti sarà di 90 euro, cioè quello dell’ultima centrale necessaria a soddisfare la domanda.
Anche il fotovoltaico e l’idroelettrico verranno quindi pagati 90 euro.
A prima vista può sembrare assurdo che tutta l’energia venga pagata al prezzo della fonte più costosa necessaria a soddisfare la domanda.
Supponiamo che ogni produttore venisse pagato esattamente al prezzo richiesto, in un sistema chiamato “pay-as-bid”.
In questo caso, ciascun operatore non avrebbe più convenienza a dichiarare il proprio costo reale di produzione. Al contrario, cercherebbe di stimare quale potrebbe essere il prezzo finale del mercato e di presentare un’offerta leggermente inferiore, in modo da aumentare le probabilità di essere selezionato senza rinunciare a una parte dei possibili profitti.
Il produttore che potrebbe vendere energia a 20 euro, ad esempio, potrebbe non offrire più a 20, ma a 60 o a 70 euro, sapendo che la centrale a gas probabilmente entrerà comunque in funzione a 90 euro.
Se tutti ragionassero allo stesso modo, le offerte tenderebbero progressivamente a concentrarsi verso l’alto, facendo venir meno la concorrenza sui costi effettivi.
Il sistema marginalista, invece, incentiva ciascun produttore a dichiarare il proprio costo reale. Chi produce a costi inferiori ha maggiori probabilità di essere selezionato e, una volta entrato nel mercato, viene comunque remunerato al prezzo dell’ultima centrale necessaria a soddisfare la domanda.
Paradossalmente, proprio il fatto che tutta l’energia venga pagata al prezzo della fonte marginale contribuisce a mantenere più efficienti e competitivi i prezzi delle offerte.
Perché le fonti rinnovabili continuano a partecipare al mercato giornaliero?
Un’altra domanda potrebbe sorgere spontanea: se le fonti rinnovabili hanno costi prevedibili, perché continuano a partecipare al mercato giornaliero? Non potrebbero essere regolate interamente da contratti pluriennali che ne fissino il prezzo per anni?
Nella pratica la situazione non è così semplice.
Innanzitutto, la produzione delle fonti rinnovabili non è completamente programmabile. Nessuno può sapere con assoluta precisione quante ore di sole ci saranno domani o quanto vento soffierà. Per questo domanda e offerta devono comunque essere bilanciate continuamente attraverso il mercato giornaliero e i mercati infragiornalieri.
Inoltre, molti impianti sono stati costruiti in periodi diversi e sono soggetti a regimi differenti.
Ad esempio, numerosi impianti fotovoltaici realizzati con il Conto Energia beneficiano già di incentivi ventennali stabiliti dalla legge. Quei contratti sono stati stipulati anni fa e lo Stato non può modificarli unilateralmente senza mettere a rischio la certezza del diritto e l’affidamento degli investitori.
Una riforma generalizzata richiederebbe infatti di:
– rinegoziare milioni di contratti e situazioni differenti;
– stabilire quale prezzo garantire a ciascun impianto, tenendo conto che gli impianti più vecchi possono avere costi diversi da quelli più recenti;
– evitare di penalizzare chi ha investito contando su un determinato quadro normativo;
– gestire il rischio di lunghi contenziosi.
Per questo motivo la transizione verso un sistema in cui una quota crescente dell’energia sia remunerata con contratti di lungo periodo può avvenire soltanto gradualmente.
Del resto, anche con prezzi fissati per molti anni, l’energia dovrà comunque continuare a transitare nel mercato giornaliero, perché la rete elettrica deve essere bilanciata istante per istante.
Contratti pluriennali e mercato giornaliero non sono due sistemi alternativi, ma due livelli che possono convivere: il primo serve a stabilizzare i ricavi e i prezzi nel lungo periodo, il secondo a garantire ogni giorno l’equilibrio tra produzione e consumi.
Il vantaggio del nucleare
Tra le fonti a basso costo prevedibile, il nucleare presenta alcune caratteristiche particolarmente interessanti.
Innanzitutto produce energia in modo continuo, indipendentemente dalle condizioni atmosferiche.
A differenza del fotovoltaico o dell’eolico, non dipende dalla presenza del sole o del vento e garantisce una produzione costante durante tutto l’anno.
Inoltre il costo del combustibile incide relativamente poco sul costo finale dell’energia, rendendo possibile programmare i prezzi attraverso contratti pluriennali.
Le centrali nucleari, inoltre, a differenza delle centrali produttrici di energia rinnovabile, in particolare l’eolico (richiede neodimio, disprosio, praseodimio), non dipendono in misura significativa dalle terre rare, il cui approvvigionamento è oggi fortemente concentrato in pochi Paesi.
Più nucleare significa meno gas
Poiché il gas viene pagato soltanto quando viene effettivamente utilizzato, aumentare la quota di energia prodotta da fonti a costo prevedibile e programmabili riduce la probabilità che le centrali a gas debbano entrare in funzione.
Se in una determinata ora sole, vento, idroelettrico e nucleare fossero sufficienti a soddisfare l’intera domanda, il gas non verrebbe utilizzato e non influenzerebbe il prezzo dell’energia.
In questo senso, una maggiore produzione nucleare non eliminerebbe necessariamente il gas dal sistema elettrico, ma ne ridurrebbe progressivamente l’importanza e la capacità di determinare il prezzo dell’elettricità.
La vera sfida del futuro
La sfida dei prossimi decenni potrebbe non essere tanto quella di eliminare completamente il mercato giornaliero, che continuerà a essere necessario per bilanciare domanda e offerta, quanto quella di aumentare la quota di energia prodotta da fonti caratterizzate da costi prevedibili e remunerate tramite contratti di lungo periodo.
Più crescerà questa quota, minore sarà il peso del gas e minore sarà la vulnerabilità delle bollette alle crisi energetiche internazionali.
Il modo migliore per rendere il prezzo dell’elettricità meno dipendente dal gas potrebbe non essere abolire il mercato marginalista, ma fare in modo che il gas venga chiamato in causa sempre più raramente.
— 𝗟’𝗶𝗻𝗳𝗼𝘁𝗶𝗽𝗼
© 𝗖𝗼𝗻𝘁𝗲𝗻𝘂𝘁𝗼 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗮 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗱’𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗲. 𝗥𝗶𝗽𝗿𝗼𝗱𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗮 𝘃𝗶𝗲𝘁𝗮𝘁𝗮
