La nuova frontiera del profitto per l’AI? Le nostre emozioni.
C’è una scena che, probabilmente, si ripete ogni giorno milioni di volte nel mondo. Una persona rientra a casa dopo il lavoro. Ha avuto una discussione con il partner, un problema con i figli, una paura che non riesce a confessare a nessuno. Prende il telefono, apre una chat con un’intelligenza artificiale e scrive: “Posso chiederti un consiglio su un cosa che mi è accaduta?”

E l’intelligenza artificiale risponde.
Non giudica. Non interrompe. Non si stanca. Non guarda l’orologio. È disponibile a qualsiasi ora del giorno e della notte, ricorda ciò che le abbiamo raccontato, ci restituisce parole rassicuranti e, soprattutto, ci dà l’impressione di essere ascoltati.
Ma proprio qui nasce una domanda che forse, finora, ci siamo posti troppo poco: e se il vero business dell’intelligenza artificiale fosse la nostra solitudine?
Per secoli gli esseri umani hanno cercato qualcuno a cui confidare le proprie paure. Un amico, un familiare, un sacerdote, uno psicologo. Oggi, sempre più spesso, quel ruolo viene occupato da un algoritmo.
Non è difficile capire perché. Le amicizie si fanno più fragili, il tempo libero si riduce, le famiglie sono più piccole e la mobilità ci porta a vivere lontani dagli affetti. In un mondo in cui è sempre più difficile trovare qualcuno disposto ad ascoltarci senza fretta, un’intelligenza artificiale sembra offrire la soluzione perfetta.
Può sembrare paradossale, ma forse la tecnologia non sta creando la solitudine. Sta riempiendo il vuoto che la solitudine ha lasciato.
Una relazione senza rischi
Le relazioni umane hanno un costo emotivo. Esporsi significa rischiare di essere fraintesi, giudicati o, peggio, rifiutati. Con una macchina questo rischio scompare. Possiamo raccontare i nostri fallimenti, le nostre paure, persino i nostri pensieri più imbarazzanti senza temere lo sguardo dell’altro.
L’intelligenza artificiale diventa così una sorta di interlocutore ideale: paziente, educato, sempre disponibile. È un rapporto nel quale riceviamo attenzione senza dover affrontare la fatica che ogni relazione autentica comporta.
Eppure c’è un dettaglio che non dovremmo dimenticare: dall’altra parte non c’è una coscienza. C’è un sistema progettato per dialogare con noi nel modo più efficace possibile.
L’economia dell’attenzione diventa l’economia della confidenza
Negli ultimi vent’anni abbiamo imparato che, sui social network, il vero prodotto non sono i contenuti: siamo noi. Il nostro tempo, le nostre preferenze, la nostra attenzione.
Con l’intelligenza artificiale potrebbe nascere qualcosa di ancora più profondo: un’economia basata sulle nostre emozioni e sulle nostre confidenze.
Più una persona si sente compresa, più tende a tornare. Più torna, più utilizza il servizio. Più utilizza il servizio, maggiore è il suo valore economico per l’azienda che lo sviluppa. È una logica che non riguarda necessariamente la cattiva fede di chi crea queste tecnologie, ma il modello economico che le sostiene.
In altre parole, il rischio è che la solitudine, da problema sociale, si trasformi in una risorsa di mercato.
Questa riflessione si inserisce in un dibattito sempre più attuale, approfondito anche da Serena Mazzini nel suo recente libro La tua solitudine è il nostro business, dedicato al rapporto tra intelligenza artificiale, relazioni umane ed economia digitale.
I grandi colossi del web ci hanno già mostrato come funziona questo meccanismo. I social network non guadagnano direttamente dai contenuti che pubblichiamo, ma dal tempo che trascorriamo sulle loro piattaforme. Più restiamo connessi, più pubblicità vediamo, più dati produciamo, più aumenta il valore economico del servizio.
Con l’intelligenza artificiale potrebbe accadere qualcosa di simile, ma su un livello ancora più profondo. Se i social monetizzano la nostra attenzione, le AI conversazionali potrebbero arrivare a monetizzare la nostra vulnerabilità.
Una persona sola, che trova conforto nel dialogo con un assistente virtuale, tende a instaurare una relazione stabile con quello strumento. Lo consulta ogni giorno, gli racconta i propri dubbi, le proprie paure, le proprie speranze. Più il rapporto si rafforza, più aumenta la probabilità che scelga un abbonamento premium, acquisti servizi aggiuntivi o rimanga fedele a una determinata piattaforma invece di passare a un concorrente.
In termini economici, un utente che utilizza l’AI solo per chiedere una ricetta o tradurre un testo ha un valore limitato. Un utente che, invece, apre la chat ogni sera per parlare della propria vita, per chiedere consigli sentimentali o per trovare un po’ di conforto dopo una giornata difficile, è un utente molto più coinvolto e, quindi, potenzialmente molto più redditizio.
È un modello che ricorda quello dell’industria dell’intrattenimento digitale: le aziende non vendono semplicemente un prodotto, ma cercano di creare un’abitudine, una dipendenza leggera, una presenza costante nella nostra quotidianità. Solo che, in questo caso, la materia prima non è il nostro tempo libero. Sono le nostre emozioni.
Naturalmente non significa che le aziende sviluppino queste tecnologie con l’obiettivo di alimentare la solitudine. Sarebbe una semplificazione eccessiva. Tuttavia, esiste un interrogativo etico che merita di essere posto: che cosa accade quando il successo economico di una piattaforma dipende anche dal fatto che milioni di persone sentano il bisogno di parlarle?
Un paradosso emerge con forza. Una società investe miliardi per creare un’intelligenza artificiale sempre più empatica, capace di rispondere con delicatezza, di ricordare le nostre preferenze e di adattarsi al nostro modo di comunicare. Ma se quella tecnologia diventasse davvero così efficace da sostituire, almeno in parte, le relazioni umane, non rischierebbe di rendere ancora più preziosi – e quindi economicamente sfruttabili – i bisogni affettivi delle persone?
La vera ricchezza del XXI secolo potrebbe non essere il petrolio, né i dati, né l’attenzione. Potrebbe essere la capacità di conquistare uno spazio nella sfera più intima degli individui: quella delle loro paure, delle loro fragilità e dei loro segreti.
Ed è qui che la riflessione diventa inevitabile. Perché se un’azienda trae profitto dal fatto che milioni di persone scelgano di confidarsi con una macchina anziché con un altro essere umano, allora la solitudine non è più soltanto un problema sociale. Diventa anche una straordinaria opportunità di mercato.
E forse la domanda più scomoda è proprio questa: chi svilupperà un interesse economico a curare la solitudine, se la solitudine stessa rischia di diventare una delle materie prime più preziose dell’economia digitale?
Naturalmente sarebbe ingiusto demonizzare l’intelligenza artificiale. Per molte persone può rappresentare un primo spazio di ascolto, un aiuto per mettere ordine nei propri pensieri o un sostegno nei momenti di difficoltà. In alcuni casi può persino incoraggiare a rivolgersi a uno psicologo o a una persona di fiducia.
Il problema nasce quando l’AI smette di essere uno strumento e inizia a sostituire il legame umano.
Un algoritmo può simulare l’empatia, ma non può provare affetto. Può produrre una risposta convincente, ma non può condividere davvero il peso di una sofferenza. Può esserci sempre, ma non può volerci bene.
Viviamo nell’epoca della comunicazione permanente. Abbiamo migliaia di contatti in rubrica, possiamo inviare un messaggio a chiunque in pochi secondi e dialogare con un’intelligenza artificiale capace di rispondere a qualsiasi domanda. Eppure, secondo molte ricerche, il senso di solitudine percepita continua a crescere, soprattutto tra i più giovani.
Forse perché essere connessi non significa necessariamente essere in relazione.
Forse perché una conversazione non è la stessa cosa di un incontro.
E forse perché nessuna tecnologia, per quanto sofisticata, potrà mai sostituire il valore di qualcuno che ci ascolta non perché è stato programmato per farlo, ma perché sceglie liberamente di esserci.
Una domanda che ci riguarda tutti
Tra qualche anno sarà normale raccontare a un’intelligenza artificiale i propri problemi di coppia, le proprie paure o i propri segreti più intimi. Probabilmente molti di noi lo stanno già facendo.
La vera domanda, allora, non è se l’AI possa ascoltarci. È chiedersi perché abbiamo sempre più bisogno di confidare a una macchina ciò che non riusciamo più a dire a un essere umano.
Perché se arriveremo al punto in cui il nostro migliore interlocutore sarà un algoritmo, forse il problema più grande non sarà l’intelligenza artificiale.
Sarà la solitudine che l’ha resa indispensabile.
— 𝗟’𝗶𝗻𝗳𝗼𝘁𝗶𝗽𝗼
© 𝗖𝗼𝗻𝘁𝗲𝗻𝘂𝘁𝗼 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗮 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗱’𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗲. 𝗥𝗶𝗽𝗿𝗼𝗱𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗮 𝘃𝗶𝗲𝘁𝗮𝘁𝗮.
