Il carcere logora anche chi vi lavora.
Quando si parla di carcere, il pensiero corre quasi sempre ai detenuti. Alle celle sovraffollate, alle condizioni di vita difficili, alla rieducazione prevista dalla Costituzione. Molto più raramente ci si chiede cosa significhi, giorno dopo giorno, lavorare in quel mondo. Varcare ogni mattina lo stesso cancello, chiuderlo alle proprie spalle e trascorrere ore a gestire tensioni, aggressioni, tentativi di suicidio, disperazione e violenza.

Per questo la recente scelta del Governo di rafforzare la presenza dello psicologo negli istituti penitenziari, non soltanto a favore dei detenuti ma anche del personale di Polizia penitenziaria, rappresenta molto più di una misura organizzativa. È il riconoscimento di una verità che per troppo tempo è rimasta invisibile: il carcere non consuma solo chi vi è rinchiuso, ma anche chi vi lavora.
Immaginiamo una professione nella quale si trascorrono otto o dieci ore al giorno in un ambiente ad alta tensione, dove il rischio di aggressioni è concreto e dove la sofferenza altrui diventa parte della quotidianità. Una professione nella quale si può essere chiamati a intervenire dopo un atto di autolesionismo, a gestire una rivolta o, nel peggiore dei casi, a trovare il corpo senza vita di una persona che si è tolta la vita.
È difficile pensare che tutto questo non lasci un segno.
Eppure, per molto tempo, il disagio psicologico degli agenti penitenziari è stato considerato quasi un tabù. Come se chiedere aiuto fosse incompatibile con l’idea di autorità o di forza che l’uniforme sembra evocare. Ma la realtà è che nessuno è immune agli effetti di uno stress cronico e prolungato. Non lo sono i medici del pronto soccorso, non lo sono i vigili del fuoco, non lo sono le forze dell’ordine. E non lo sono, naturalmente, neppure le guardie carcerarie.
Uno psicologo serve anche alla sicurezza
Il supporto psicologico è anche uno strumento di prevenzione e di sicurezza.
Un operatore che riesce a gestire meglio lo stress, a riconoscere i segnali del burnout e a elaborare i traumi a cui è esposto sarà più lucido, più equilibrato e meno incline a reazioni impulsive. Allo stesso modo, un detenuto seguito dal punto di vista psicologico ha maggiori possibilità di affrontare il percorso rieducativo e minori probabilità di mettere in atto comportamenti autolesivi o violenti.
In altre parole, la presenza dello psicologo non tutela solo il benessere individuale. Contribuisce a rendere il carcere un ambiente più sicuro per tutti.
Una questione che riguarda l’intera società
Spesso immaginiamo il carcere come un mondo separato, distante dalla vita quotidiana. Ma non è così. Il carcere è uno specchio della società: raccoglie le sue fragilità, le sue dipendenze, le sue malattie psichiatriche, i suoi fallimenti educativi.
E chi lavora in quell’ambiente si trova a contatto, ogni giorno, con tutto questo. Senza la possibilità di “staccare” davvero, perché certe immagini e certe esperienze non restano dietro le sbarre quando il turno finisce. Tornano a casa insieme a chi le ha vissute.
Per questo la salute mentale del personale penitenziario non dovrebbe essere considerata una questione privata, ma un interesse collettivo. Un agente in equilibrio psicologico è un lavoratore più tutelato, ma è anche una garanzia per i colleghi, per i detenuti e, in ultima analisi, per l’intero sistema della giustizia.
Il coraggio di chiedere aiuto
Per decenni abbiamo raccontato il coraggio come la capacità di resistere al dolore senza lamentarsi. Oggi, forse, dovremmo iniziare a considerare coraggioso anche chi riconosce di avere bisogno di un sostegno e decide di chiederlo.
L’introduzione e il potenziamento del supporto psicologico nelle carceri non sono il segnale di un sistema più debole. Sono, al contrario, il segno di uno Stato che prende finalmente atto di una realtà semplice: nessuno può trascorrere anni in un ambiente ad altissima pressione senza pagarne, almeno in parte, il prezzo.
Perché il carcere ha mura alte e cancelli pesanti. Ma il peso più difficile da sopportare, spesso, è quello che non si vede. È quello che gli agenti e gli operatori portano con sé quando escono, la sera, e tornano a casa.
E forse una società davvero civile si riconosce anche da questo: dalla capacità di prendersi cura non solo di chi è privato della libertà, ma anche di chi, quella libertà, la custodisce ogni giorno.
Ringraziamenti
Questo articolo nasce anche grazie alle riflessioni condivise da una dottoressa psicologa che opera quotidianamente all’interno di una Casa Circondariale siciliana. Un lavoro silenzioso, spesso lontano dai riflettori, che richiede non solo competenza professionale, ma anche una straordinaria capacità di ascolto e una profonda umanità.
A lei va il mio sincero ringraziamento per avermi aiutato a comprendere che la salute mentale non è un tema “accessorio” del sistema penitenziario, ma una delle sue colonne portanti. Perché prendersi cura delle persone che vivono e lavorano dietro le sbarre significa, in fondo, prendersi cura dell’intera società.
— 𝗟’𝗶𝗻𝗳𝗼𝘁𝗶𝗽𝗼
© 𝗖𝗼𝗻𝘁𝗲𝗻𝘂𝘁𝗼 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗮 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗱’𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗲. 𝗥𝗶𝗽𝗿𝗼𝗱𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗮 𝘃𝗶𝗲𝘁𝗮𝘁𝗮
