Classe politica incapace? Le difficoltà reali, pratiche, del far politica.
L’architettura cardinale, fondante, di ogni Stato democratico si deve ergere su un equilibrio imprescindibile tra i tre poteri fondamentali: giudiziario, esecutivo, legislativo.
L’introduzione di qualsiasi norma, anche apparente minimale o marginale, può alterare positivamente e negativamente tale equilibrio e portare a conseguenze potenzialmente nefaste per l’intero sistema di un Paese.

Abbozzare un sistema perfetto, che tenga conto di tutte le parti in causa e di tutti i diritti coinvolti, è qualcosa di estremamente complesso e articolato: lo spazio di azione di ciascun potere e di ciascun organo rappresentativo di quel potere, termina là dove inizia lo spazio di azione degli altri poteri; il confine legittimo del terreno d’azione di ciascuno di essi è fortemente sottile, sfumato, contestabile, sottoponibile, per utilizzare termini familiari alla giurisprudenza, a plurimi “giudizi e valutazioni di merito”.
Ecco alcuni esempi:
Se da un lato si deve preservare il diritto della parte offesa al risarcimento, alla tutela e protezione, all’accertamento della verità, all’informazione, dall’altro si deve preservare il diritto dell’indagato alla difesa, al contraddittorio, ad avere un processo equo, che si svolga in tempi ragionevoli ma non in modo sommario, alla tutela della sua presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
Se da un lato si deve preservare l’autonomia e indipendenza di organo da influenze e interferenze esterne, dall’altro si deve evitare che questa autonomia e indipendenza si trasformi in corporativismo e diritti di casta.
Se da un lato, nella definizione di una scala di priorità per i reati da perseguire, si debba tener conto delle esigenze territoriali, delle competenze e valutazioni tecniche, professionali, maturate sul campo, dalla magistratura e dei funzionari operanti all’interno delle varie procure, dall’altro si deve tener conto della sensibilità sociale del parlamento verso le problematiche ed esigenze contingenti della collettività, della necessità di uniformità nell’esercizio dell’azione penale, alla parità di trattamento e uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge sull’intero territorio nazionale.
Se da un lato bisogna tutelare l’obbligatorietà dell’azione penale, così che l’azione penale non venga sottoposta alla valutazione soggettiva “aprioristica “di qualcuno, a pregiudizi o interessi di parte, dall’altro si deve tener conto delle risorse limitate che impediscono ad uno Stato di perseguire tutti i reati contemporaneamente allo stesso modo e con la stessa intensità e che potrebbero quindi portare ad una “discrezionalità occulta” dell’azione penale.
Se da un lato si deve preservare il diritto di cronaca, la libertà di stampa, l’interesse pubblico all’informazione su fatti pubblicamente rilevanti, l’immagine di imparzialità e neutralità della Pubblica Amministrazione agli occhi dei cittadini, dall’altro si deve preservare il diritto della persona oggetto di un’inchiesta giornalistica, anche se personaggio pubblicamente rilevante, alla presunzione di innocenza, alla tutela dalla diffamazione, dal subire ingiustamente un processo mediatico stigmatizzante e devastante per la sua carriera, dal subire un linguaggio denigratorio e gratuitamente offensivo.
Se da un lato bisogna difendere il sacrosanto diritto delle opposizioni a criticare l’operato di un governo, la libertà di pensiero e opinione, dall’altro bisogna scoraggiare un linguaggio che vilipende le istituzioni costituzionali, la Repubblica, le Forze armate.
Se da un lato in un paese democratico, dove il potere appartiene quindi al popolo, vi è la necessità incontrovertibile di attuare coerentemente la volontà del popolo, espressa in modo inequivocabile all’interno delle linee programmatiche elettorali e di governo presentate dalla coalizione vincitrice delle elezioni legislative agli elettori e alle Camere durante il voto di fiducia in fase di insediamento, dall’altro è impensabile che tale volontà, prima della sua piena attuazione, non venga sottoposta inevitabilmente a parere costituzionale e di legittimità al fine di impedire la compressione di diritti fondamentali e delle minoranze.
Se da un lato si deve assicurare una rappresentanza istituzionale anche alle minoranze, in modo che anche queste possano esprimere democraticamente il loro pensiero e far valere i propri diritti, dall’altro si deve impedire che la loro partecipazione si traduca in paralisi, inerzia, stallo istituzionale.
Se da un lato bisogna premiare i tecnicismi perché danno una valutazione oggettiva ed estremamente precisa dei fenomeni e degli organi istituzionali, dall’altro la loro complessità si può tradurre in rallentamenti, difficoltà di applicazione, errori.
E’ necessario trovare un punto di equilibrio che non leda i diritti e i legittimi interessi di tutte le parti in causa.
In questo sta la difficoltà del far politica, del governare e del legiferare, indipendentemente dallo schieramento.
Una difficoltà reale, pratica, che non si può non tenere in considerazione quando siamo chiamati a giudicare la nostra classe politica.
— 𝗟’𝗶𝗻𝗳𝗼𝘁𝗶𝗽𝗼
© 𝗖𝗼𝗻𝘁𝗲𝗻𝘂𝘁𝗼 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗮 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗱’𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗲. 𝗥𝗶𝗽𝗿𝗼𝗱𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗮 𝘃𝗶𝗲𝘁𝗮𝘁𝗮.
