C’è un equivoco silenzioso che attraversa l’università italiana: continuiamo a parlare di merito come se tutti partissero dallo stesso punto. Non è così. E lo sappiamo.

C’è lo studente che esce di casa e trova il pranzo pronto. E c’è quello che, prima ancora di aprire un libro, deve fare la spesa, cucinare, sistemare casa, calcolare i tempi dei mezzi pubblici.

Immagine simbolica sul sistema universitario e sulle differenze nelle opportunità di studio: da un lato una studentessa studia in un ambiente tranquillo, dall’altro una giovane cerca di conciliare studio, lavoro e responsabilità quotidiane. Al centro una bilancia rappresenta il tema dell’equità nella valutazione universitaria. Titolo: "Università: stessi esami, vite diverse. È giusto valutare allo stesso modo chi ha tutto il tempo e chi no?"

C’è chi può dedicare l’intera giornata allo studio. E chi la divide tra lavoro, figli, assistenza a un familiare, chilometri di pendolarismo.

Non è una questione di impegno. È una questione di tempo reale disponibile.

E allora la domanda è inevitabile: possiamo davvero continuare a misurare il merito ignorando tutto questo?

“Il falso mito dell’uguaglianza”

L’università garantisce un’uguaglianza formale: stessi programmi, stessi esami, stessi voti.

Ma l’uguaglianza sostanziale — quella che conta davvero — resta spesso una promessa incompiuta.

Uno studente pendolare, un caregiver, uno studente lavoratore o genitore non chiedono favoritismi.

Chiedono che il sistema riconosca un fatto semplice: il loro percorso richiede uno sforzo aggiuntivo, quotidiano, strutturale.

Ignorarlo non rende l’università più giusta. La rende solo più cieca.

“Una proposta: riconoscere ciò che oggi è invisibile.”

La soluzione non è abbassare l’asticella.

Non è regalare voti.

Non è alterare il merito.

La soluzione è riconoscere formalmente competenze e carichi reali che oggi restano fuori da qualsiasi valutazione.

Per questo serve introdurre un riconoscimento specifico in CFU (Crediti Formativi Universitari) destinato a: studenti fuori sede e pendolari, studenti lavoratori, caregiver, studenti con responsabilità genitoriali.

Non come privilegio, ma come certificazione di competenze trasversali realmente sviluppate: gestione avanzata del tempo, capacità organizzativa, adattamento a contesti complessi, autonomia operativa, resilienza e continuità nello studio

Competenze che il mondo del lavoro riconosce — ma che l’università, oggi, ignora.

“Un sistema serio, non una scorciatoia.”

Per evitare ogni ambiguità, questo riconoscimento deve essere strutturato e verificabile.

Non basta un’autodichiarazione.

Serve un passaggio formativo, anche essenziale.

Qui si pone pertanto una domanda legittima: ma se il problema è oggettivo (vivere fuori sede), perché chiedere anche una prova?

Il punto è questo: l’università non riconosce condizioni, riconosce competenze.

Essere fuori sede descrive una situazione; i CFU, per loro natura, certificano un apprendimento, non una condizione di vita.

Come si potrebbe attuare tutto ciò quindi praticamente?

La proposta è semplice: basterebbe un esame finale pro forma, leggero ma reale, che attesti le competenze acquisite

Non un esame punitivo.

Ma una verifica minima che trasformi un’esperienza di vita in competenza certificata.

Sia chiaro: questo intervento non è sufficiente da solo.

Deve accompagnarsi — e non sostituire — un rafforzamento deciso di ciò che già sappiamo essere necessario: trasporti pubblici realmente accessibili e sostenibili, borse di studio adeguate al costo della vita, residenze universitarie e servizi abitativi, flessibilità didattica (lezioni registrate, appelli distribuiti), spazi studio e servizi aperti in orari compatibili con chi lavora o si sposta.

Queste non sono concessioni.

Sono condizioni minime di equità.

“Restituire senso al merito.”

C’è un punto, però, che vale più di tutti.

Riconoscere questi percorsi non significa indebolire il merito.

Significa, al contrario, renderlo più autentico.

Perché oggi il merito non si misura solo su ciò che uno studia,

ma anche sul tempo che ha per studiare.

E quel tempo, per molti, è già ridotto prima ancora di iniziare.

Una scelta culturale, prima che tecnica

Questa proposta non è solo amministrativa.

È una scelta culturale.

Vuol dire smettere di fingere che tutti gli studenti vivano la stessa università.

Vuol dire riconoscere che dietro ogni esame c’è una storia diversa.

Vuol dire, in definitiva, costruire un sistema che non premi chi parte avvantaggiato, ma che permetta a tutti di esprimere davvero il proprio valore.

Perché il punto non è dare di più a qualcuno.

È evitare che qualcuno parta con meno — senza che nessuno se ne accorga.

— 𝗟’𝗶𝗻𝗳𝗼𝘁𝗶𝗽𝗼

© 𝗖𝗼𝗻𝘁𝗲𝗻𝘂𝘁𝗼 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗮 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗱’𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗲. 𝗥𝗶𝗽𝗿𝗼𝗱𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗮 𝘃𝗶𝗲𝘁𝗮𝘁𝗮.

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