Il musicista che avrebbe potuto dirigere l’Opera di Parigi ma era troppo nero per la Francia del Settecento.
Immaginate di essere uno dei musicisti più talentuosi del vostro tempo.
Campione di scherma. Violinista virtuoso. Compositore apprezzato dall’aristocrazia. Frequentatore delle corti europee.

Eppure, quando siete sul punto di ottenere uno degli incarichi più prestigiosi del Paese, qualcuno si oppone per un motivo che non ha nulla a che vedere con il vostro talento.
Il motivo è il colore della vostra pelle.
È la storia di Joseph Bologne, meglio conosciuto come Chevalier de Saint-Georges, uno dei personaggi più straordinari e dimenticati del XVIII secolo.
Una vicenda che ci racconta molto non soltanto della Francia prerivoluzionaria, ma anche del rapporto tra merito, pregiudizio e potere.
Il figlio di una schiava che conquistò l’élite francese
Joseph Bologne nacque nel 1745 nelle Antille francesi.
Suo padre era un ricco proprietario terriero francese. Sua madre una schiava africana originaria della Guadalupa.
In un’epoca in cui l’origine sociale determinava gran parte del destino di una persona, la sua ascesa fu straordinaria.
Trasferitosi in Francia, ricevette un’educazione di altissimo livello.
Divenne un formidabile schermidore, tanto da essere considerato tra i migliori d’Europa.
Ma fu soprattutto la musica a renderlo celebre.
Compose concerti, sinfonie e opere liriche, dirigendo alcune delle migliori orchestre francesi.

Molti contemporanei lo consideravano un genio musicale.
Oggi alcuni lo chiamano impropriamente il “Mozart nero”, anche se in realtà Saint-Georges era quasi coetaneo dello stesso Mozart e aveva una personalità artistica del tutto autonoma.
Nel 1776 si aprì la possibilità che Saint-Georges diventasse direttore dell’Opera di Parigi.
Per comprendere l’importanza della notizia bisogna ricordare che l’Opera non era semplicemente un teatro.
Era una delle istituzioni culturali più prestigiose della Francia.
Dirigerla significava occupare una posizione di enorme prestigio sociale.
Sulla carta, Saint-Georges possedeva tutte le qualità necessarie.
Aveva talento.
Aveva esperienza.
Aveva contatti.
Aveva il favore di una parte significativa dell’aristocrazia.
Ma aveva anche qualcosa che molti ritenevano imperdonabile.
Era meticcio.
Quando la sua candidatura iniziò a circolare, alcune delle principali cantanti dell’Opera presentarono una petizione alla corte.
Non contestavano la sua competenza.
Non sostenevano che fosse un cattivo musicista.
Non mettevano in dubbio la sua esperienza.
L’obiezione era un’altra.
Dichiaravano di non poter accettare di essere poste sotto l’autorità di un uomo che definivano un “mulatto”.
Era una protesta apertamente razziale.
Uno degli episodi più espliciti di discriminazione documentati nell’ambiente culturale francese del XVIII secolo.
A questo punto la situazione divenne politicamente delicata.
La nomina rischiava di provocare tensioni all’interno di una delle istituzioni culturali più importanti del regno.
Negli stessi anni l’Opera attraversava anche problemi economici e organizzativi.
Fu allora che Luigi XVI intervenne.
L’istituzione venne sottratta al precedente sistema di gestione e riportata sotto un controllo più diretto della Corona.

Gli storici discutono ancora oggi sulle motivazioni precise della decisione.
È improbabile che il re abbia agito esclusivamente per bloccare Saint-Georges.
L’Opera presentava infatti numerosi problemi amministrativi indipendenti dalla sua candidatura.
Tuttavia il risultato fu evidente.
Saint-Georges non ottenne mai la direzione dell’Opera.
La parte più interessante della vicenda arriva dopo.
Pochi anni più tardi la Francia sarebbe stata travolta dalla Rivoluzione.
Le idee di uguaglianza e cittadinanza avrebbero iniziato a mettere in discussione molte delle gerarchie tradizionali dell’Ancien Régime.
Saint-Georges stesso avrebbe sostenuto la Rivoluzione e guidato una delle prime unità militari europee composte in larga parte da soldati neri.
Ma il paradosso resta.
Una delle società più raffinate e colte del continente europeo, capace di produrre filosofi illuministi che parlavano di libertà e uguaglianza, non riuscì ad accettare che uno dei suoi migliori musicisti dirigesse la principale istituzione musicale del Paese.
Una storia che parla ancora di noi
Spesso immaginiamo il razzismo come un fenomeno legato esclusivamente all’Ottocento coloniale o al Novecento.
La storia di Saint-Georges ci ricorda che il pregiudizio può sopravvivere anche nei contesti più colti, sofisticati e apparentemente progressisti.
Nessuno contestava il suo talento.
Nessuno metteva in discussione il suo successo.
Eppure, per alcuni, il colore della pelle bastava a renderlo inadatto a occupare una posizione di prestigio.
A distanza di quasi due secoli e mezzo, la domanda che questa vicenda ci pone è ancora attuale.
Quando valutiamo una persona, siamo davvero guidati dal merito?
Oppure esistono ancora caratteristiche che, consciamente o inconsciamente, continuiamo a considerare più importanti delle sue capacità?
— 𝗟’𝗶𝗻𝗳𝗼𝘁𝗶𝗽𝗼
© 𝗖𝗼𝗻𝘁𝗲𝗻𝘂𝘁𝗼 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗮 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗱’𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗲. 𝗥𝗶𝗽𝗿𝗼𝗱𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗮 𝘃𝗶𝗲𝘁𝗮𝘁𝗮.
