Fino al 1981 l’onore poteva giustificare un femminicidio. Non cento anni fa. Quaranta anni fa.
Quando pensiamo al passato, tendiamo a immaginarlo lontano. Quasi appartenesse a un’altra epoca, a un’altra società.
Eppure esistono fatti che costringono a ridimensionare questa percezione.

In Italia, fino al 1981, esisteva il cosiddetto delitto d’onore.
Non si trattava di una consuetudine sociale tollerata o di una zona grigia del diritto. Era una norma prevista dal Codice Penale.
In determinate circostanze, chi uccideva la moglie, la figlia o la sorella dopo aver scoperto una relazione ritenuta lesiva dell’onore familiare poteva beneficiare di una pena fortemente ridotta rispetto a quella prevista per un normale omicidio.
Letta oggi, una simile disposizione appare quasi inconcepibile.
Eppure è esistita fino a poco più di quarant’anni fa.
Molti degli italiani che oggi hanno cinquant’anni erano già nati quando lo Stato riconosceva ancora, almeno in parte, l’idea che l’onore maschile potesse costituire una circostanza attenuante per un omicidio.
Ma non è l’unico dato che invita alla riflessione.
Fino al 1996 la violenza sessuale non era considerata, dal punto di vista giuridico, un reato contro la persona.
Era collocata tra i reati contro la moralità pubblica e il buon costume.
Può sembrare una differenza puramente tecnica, ma non lo è affatto.
Le leggi raccontano sempre qualcosa della società che le produce.
Se un reato viene collocato tra quelli contro la morale, il bene giuridico tutelato non è principalmente la vittima, bensì l’ordine morale della collettività.
Quando invece la violenza sessuale viene riconosciuta come reato contro la persona, il centro della tutela diventa la libertà individuale, l’autodeterminazione, l’integrità fisica e psicologica di chi subisce l’aggressione.
Il passaggio avvenuto nel 1996 rappresenta quindi molto più di una modifica legislativa.
Segna un cambiamento culturale.
Lo Stato italiano ha impiegato quasi mezzo secolo dalla nascita della Repubblica per affermare pienamente, anche sul piano simbolico, che la violenza sessuale è prima di tutto una violazione della persona.
Questi due esempi raccontano una storia che raramente viene ricordata.
Spesso immaginiamo che la parità tra uomini e donne sia un processo concluso da tempo, una conquista ormai consolidata da generazioni.
In realtà, molte delle trasformazioni che oggi consideriamo ovvie sono sorprendentemente recenti.
Così recenti da appartenere non alla storia lontana, ma alla memoria dei nostri genitori e dei nostri nonni.
Questo non significa che l’Italia sia stata immobile.
Al contrario. Negli ultimi decenni il Paese ha conosciuto cambiamenti profondissimi sul piano culturale, giuridico e sociale.
Ma proprio per questo vale la pena ricordare da dove siamo partiti.
Perché comprendere quanto siano recenti certe conquiste aiuta anche a capire quanto rapidamente possano cambiare le società.
E forse induce una riflessione più ampia.
Non su quanto siamo arretrati rispetto al passato, ma su quanto sia fragile l’idea stessa di progresso.
Molte convinzioni che oggi ci sembrano evidenti e indiscutibili erano considerate normali appena una generazione fa.
E questo dovrebbe renderci più prudenti quando giudichiamo il passato, ma anche più consapevoli del fatto che la civiltà non è mai un punto di arrivo definitivo.
È un percorso.
E, spesso, è molto più recente di quanto immaginiamo.
— 𝗟’𝗶𝗻𝗳𝗼𝘁𝗶𝗽𝗼
© 𝗖𝗼𝗻𝘁𝗲𝗻𝘂𝘁𝗼 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗮 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗱’𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗲. 𝗥𝗶𝗽𝗿𝗼𝗱𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗮 𝘃𝗶𝗲𝘁𝗮𝘁𝗮.
